Le immagini rappresentano la realtà

Giovedì 19 febbraio la Fondazione Gritti Minetti e l'Associazione Generale del Mutuo Soccorso ne hanno discusso davanti ad un pubblico attento e partecipe.

Dopo un saluto ai presenti ed un ringraziamento ai relatori da parte del presidente dell'Associazione del Mutuo Soccorso, dr. Claudio MERATI, il giornalista dr. Paolo Aresi ha introdotto e condotto il dibattito sul libro fotografico, e non solo, "MONDI MIEI" del dr. Angelo ANGELASTRO, dirigente e conduttore di programmi televisivi, fotografo, curioso frequentatore di luoghi e di popoli sparsi in tutto il mondo, di cui l'opera in discussione ne era un piccolo riassunto, con tutti quei volti e quei paesaggi che sembravano chiedere all'autore un impegno per superare le diseguaglianze sociali e politiche che ancora imperversano nel nostro mondo supermoderno.

Naturalmente non poteva mancare la presenza del dr. Enrico MANGONI, segretario della Fondazione Bergamo nella Storia, che con le sue fotografie della realtà montanara bergamasca ha richiamato i tempi in cui il lavoro era una virtù e l'immagine non scaldava ancora l'immaginazione, se non nella forma del ricordo di un tempo per un attimo "proustianamente" ritrovato.

Così come quella dell'Università di Bergamo presente attraverso l'intervento del prof. Paolo CESARETTI, docente di Storia Romana e Bizantina, che con dotti riferimenti e con rigore esemplare e chiarezza di propositi ha contribuito ad arricchire il tema del valore delle immagini.

Infatti il dr. ANGELASTRO ha introdotto alcune riflessioni sulla natura della rappresentazione fotografica ed in modo particolare della ambivalente capacità dell'immagine di rappresentare un fatto, una situazione sia dal punto di vista temporale e sia dal punto di vista puramente rappresentativo. Quel bambino che piange, quel soldato che muore, quella persona che fugge, esprimono veramente i sentimenti della realtà che stanno vivendo o sono solo finzioni, trasposizioni da altri scenari per essere usati come propaganda a sostegno di questa o di quella tesi? Eppure al di là di questo, le immagini si fissano nell'immaginario e vi si depositano, a prescindere dalla loro verità, perché evocano sentimenti e passioni, paure ed attese. E la conclusione non può che essere quella della accettazione della bellezza dell'immagine perché lascia un segno, evoca, almeno nei contemporanei, un ricordo, un vissuto che, in molti casi, continua a rivivere nell'animo di chi lo ha vissuto.

Da parte sua il prof. CESARETTI ha contribuito a chiarire questi aspetti quando ricordava che le foto forse più significative nei primi anni cinquanta del secolo scorso, e cioè la "morte del miliziano spagnolo" di R. Kapa oppure "l'innalzamento della bandiera degli Stati Uniti sull?isola di Ivo Shima" di R. Brother oppure ancora "l'innalzamento della Bandiera Rossa sulla porta di Brandeburgo a Berlino da parte di soldati dell'Armata Rossa", sono state scattate, dopo che il fatto era avvenuto, sono state costruite attorno ad un fatto reale, senza nulla togliere al valore dell'azione fotografata. Per cui di due momenti separati, quello reale e quello dello scatto della foto, quello che è rimasto nella memoria è la rappresentazione che, come il tappeto di Aladino, vola sopra il tempo e continua a colpire l'immaginario collettivo.

In conclusione, quello che è emerso è il dato che la memoria riposa sempre su elementi di fatto che non bisogna mai dimenticare e tantomeno affidare solo alla mera rappresentazione. Senza dimenticare che la fotografia ha una sua vita autonoma, separata da quella dell'autore, e che dipende non tanto dalle capacità dell'artista, che pure sono necessarie, quanto dalla lettura che ne fa chi la guarda, per cui essa, immagine o fotografia, ha pirandellianamente centomila vite.